MENU

Cosa si intende per “pesca sostenibile”?

La Formula E (Roma 2019)

Aprile 10, 2019 Commenti (0) Astrofisica, News, Scienza Tempo di Lettura: 4'

La prima foto di un buco nero

Il primo “flash” nell’oscurità

Oggi parleremo di una foto che con altissime probabilità diverrà fra le più famose del nostro secolo: la prima foto di un buco nero.

Nonostante di buchi neri si senta parlare da decenni (ricordiamo non solo la relatività di Einstein ma anche le numerose teorie di Stephen Hawking) non era mai successo prima d’ora di riuscire ad immortalarli.

L’impresa ha dell’incredibile, come anche le tecnologie utilizzate per portarla a termine, si parla infatti di riuscire a intravedere un buco nero dalla Terra, che equivale circa a fotografare una un oggetto delle dimensioni di una pallina da ping pong posta sulla Luna, dal balcone di casa nostra.

 

Come è stato possibile?

Come dicevamo le sofisticate tecnologie in gioco sono state sviluppate nell’arco di 10/20 anni e cosa fondamentale, sono frutto di una cooperazione a livello internazionale fra più centri di ricerca.

I principali attori della scoperta sono gli 8 radiotelescopi del sistema EHT (Event Horizon Telescope), gli algoritmi che hanno permesso l’analisi dei dati raccolti ed infine i supercomputer del MIT (Massachusetts, USA) e del Max Planck Institut fur Radioastronomie (Germania) sui quali sono stati fatti girare tali algoritmi.

Gli 8 radiotelescopi dell’EHT sono posizionati in diversi angoli del globo e sono stati sincronizzati grazie agli orologi atomici installati al loro interno. La tecnica utilizzata prende il nome di VLBI (Very Long Baseline Interferometry) che consiste nel puntare più radiotelescopi nella la stessa direzione facendo si che il risultato finale sia paragonabile all’aver utilizzato un’unica gigantesca antenna.

In questo caso, tutti e 8 i radiotelescopi hanno guardato in maniera sincronizzata (in una finestra temporale che ricordiamo essere piccolissima) la stessa porzione di cielo, immagazzinando una quantità di dati misurabile nell’ordine di petabyte.

 

 

Sono serviti non solo i due supercomputer dell’MIT e del Max Planck Institut ma anche mezzi di trasporto per recapitare gli hard disk contenenti i dati da analizzare. Non è stato infatti possibile trasferire una mole di dati così  massiccia utilizzando Internet, quindi l’unico altro modo era quello di trasportarli fisicamente nelle due località sopracitate.

 

Il video dell’annuncio

(Link al video integrale fra le fonti)

 

Le foto di Sagittarius A* e M87

I due buchi neri fotografati sono Sagittarius A* (Via Lattea) e M87 (Galassia Virgo). Qui sotto trovate la foto dell’orizzonte degli eventi di M87.

black-hole-m87-ensight-blog

Orizzonte degli eventi di M87

 

Fonti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: EEEH?! VOLEVI!